Popular Social Media: picchi d’ansia tra utenti. Studi scientifici accusano!

Posted on 21 giugno 2017

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Anche l’American Journal of Epidemiology conferma una stringente connessione tra utilizzo dei social e la soddisfazione sociopersonale dell’utente.

Facebook è il social che, essendo tra i più popolari e il più utilizzato, renderebbe più infelici, incidendo dunque sulla salute.

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I pedofili devono essere fermati. Quando il web aiuta la pedofilia. L’irresponsabilità degli adulti regge il gioco del pedofilo

Posted on 13 giugno 2017

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In una stanza, al buio, anzi no, con i pianeti che girano e si riflettono sul soffitto che sembra illuminato come con un astroscopio. Tutto fa presagire tranquillo sonno di bimbo. Nel silenzio di una notte così calma, qualcuno si aggira potente della sua “voglia”. Sa che è inumano, sa che è sulla via del male, ma non si trattiene. Percorre il corridoio, entra nella stanza del suo cucciolo (M.R.)

Uno schermo acceso riflette luce fosforescente con i colori di immagini di bimbo, si susseguono scatti continui, vecchia abitudine quella di archiviare le foto che ha ripreso ovunque, al parco, ai giardini sotto casa, all’uscita da scuola di ragazzi con quella luce negli occhi. Anche lui sa che non è innocente fino a prova contraria. Davanti alla sua coscienza è giustificato, l’hanno avvicinato anni addietro davanti scuola (M.R.)

Aumentano i files, quelli che chiamiamo Xfiles, noi della cerchia ampia come un oceano, senza fissa dimora, virtuale, evanescente, che si ciba della disattenzione degli adulti e della innocente vezzosità dei bambini. E noi qui a tirare la rete buttata come di paranza. È troppo semplice, troppo semplice cadere in tentazione. E poi mi batto il petto ogni giorno e ogni notte sono qui a raccogliere fiori lucenti che imbratto con la mia lordura (M.R.)

 

 

 

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Contro gli Usa? Julia Olson e the Case Juliana, et al. La sfida legale è lanciata

Posted on 5 giugno 2017 by Melina Rende

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“e ora c’è questa responsabilità in più di portarli nel mondo e di lasciargli questo mondo che non è sicuro. È una grande responsabilità per un genitore e voglio che ne sentano tutto il peso della responsabilità del pianeta, che lasciano ai loro figli. Voglio veramente che i nostri presidenti e i nostri politici e i nostri leader, le persone nei dipartimenti del Governo federale e i giudici sentano quel peso” (Traduzione Melina Rende).

 

 

 

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José Antonio, Maiorca. “Perché mi chiamano lo spirito della piazza”

José Antonio, Maiorca. “Perché mi chiamano lo spirito della piazza”

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Pablo Neruda è ancora vivo! Por un mañana con verdad, justicia y reparación

Pablo Neruda è ancora vivo! Por un mañana con verdad, justicia y reparación

Lo pseudonimo di “Neruda” gli venne dall’autore de “I racconti di Mala Strana”, Jan Néruda. L’autore boemo di poesie, di articoli di viaggio.

Il nostro Ricardo rimase affascinato da quella narrativa così lontana per lingua ed estetica e scelse di chiamarsi col nome Pablo per onorare Paul Verlaine e col cognome Neruda, in onore di Jan Néruda, questo aedo che aveva la forza di saper parlare agli ultimi.

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LuxLeaks: la via giudiziaria non si ferma. Deltour e Halet ricorrono in Cassazione

LuxLeaks: la via giudiziaria non si ferma. Deltour e Halet ricorrono in Cassazione

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Piovono cadaveri dal cielo su Eldorado, regno di El Chapo. E non è un horror

Piovono cadaveri dal cielo su Eldorado, regno di El Chapo. E non è un horror

Posted on 6 maggio 2017 by Melina Rende

Eldorado, stato messicano di Sinaloa,  incontrastato impero del cartello narcos degli eredi di El Chapo, si è svegliato sotto l’incantesimo di un ennesimo orrore.

Nonostante l’arresto di El Chapo Guzman, risalente al gennaio di un anno fa, le condizioni di vita e di sicurezza della gente che risiede nella zona di uno dei cartelli predominanti, Sinaloa del Messico, non accennano in nessun modo a migliorare.

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Odori e saperi: ciò che rimarrà della nostra civiltà

Odori e saperi: ciò che rimarrà della nostra civiltà
Posted on 2 maggio 2017 by Melina Rende su DifferentMagazine.it

Siamo all’anno zero della speranza oppure all’anno end della nostra civiltà.

Si riesumano i mostri del nostro immaginario, la mummia, il vampiro, lo zombie, per esorcizzare i mostri quotidiani, i terrori più crudeli dei nostri giorni: la precarietà del lavoro che comporta un habitus mentale di ristrettezza di vita propria, le emozioni che rimangono in gola per la paura di non potersele godere più.

 

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Calabria e Mezzogiorno: il destino che non si avvera mai! Posted on 21 aprile 2017 by Melina Rende

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Per ObamaCare una TrumpCure!

by Melina Rende, 2 aprile 2017

Cosa fatta, capo ha! I nostri vecchi ci esortavano a concluderne una buona al giorno per essere soddisfatti con la propria coscienza.

A Donald Trump  non riesce di imbroccarne una giusta. Sembra una tela con grossi buchi la sua strategia politica. Ma non demorde, bisogna riconoscergli la temerarietà e la testardaggine.

Stavolta è toccato ritirare la legge che doveva abrogare la riforma sanitaria di Obama del 2010.

Le lacerazioni presenti nelle file dei repubblicani l’hanno indotto, per evitare di essere scornato, al ritiro della contro-riforma in ambito sanità, quando è diventata certa la sua bocciatura alla Camera.

La mancanza di un fronte comune repubblicano sulla questione e l’incapacità di Trump di compattare le file del suo partito gli avranno lasciato l’amaro in bocca, anche se il funambolico presidente U.S.A. si è rivolto subito ad aggredire altri temi, annunciando: “Ora occupiamoci della riforma fiscale, per ridurre le imposte“.

 Le cose buone e meno buone di Obamacare.

La riforma sanitaria americana ha dal suo l’allargamento della platea degli assicurati con circa 20 milioni di cittadini che godono, per la prima volta, di copertura medico-assistenziale e ospedaliera.

Inoltre l’Obamacare impedisce alle compagnie assicurative di negare l’assicurazione a clienti perché “già ammalati in passato”.

I costi certo elevati, possono essere a carico delle aziende, o dei cittadini stessi.

Il difetto dell’Obamacare sta nella mancanza di limitazione dei prezzi: non è stato posto un limite massimo alle tariffe assicurative, né a quelle medico-ospedaliere, né ai prezzi dei farmaci.

Interventi della contro-riforma.

Come intendevano i repubblicani porci riparo? Ma semplicemente riaffidando il settore alla libertà di mercato più sfrenata.

Il punto focale,  nel disegno di legge repubblicano, concerneva una  totale cancellazione del  “servizio minimo obbligatorio”,  che obbligava le assicurazioni a rimborsare alcune prestazioni di base, come il ricovero d’emergenza in pronto soccorso o le spese del parto.

Scampato pericolo, finora. L’America si terra l’Obamacare, nonostante sia un sistema migliorabile e anche “molto più inefficiente e costoso rispetto alla media dei paesi ricchi nordeuropei” (Federico Rampini, LaRepubblica, 24 marzo 2017).

Strategia trumpiana.

Certamente se vogliamo guardare alla dimensione politica della strategia trumpiana, questa sconfitta, proveniente dalla sua stessa compagine, è quella che fa più clamore.

La “coerenza”, nel mantenere le promesse fatte ai suoi elettori, il  Muro col Messico, l’eliminazione delle tutele ambientali, il protezionismo, gli era costata cara agli occhi dell’opposizione.

Ma ora non ha scontentato tutti gli altri, è venuta dai suoi la bordata a bloccargli il cammino sulla sanità, dividendo proprio i suoi.

I metodi decisionisti ed efficaci del businessman sembrano non funzionare nel modo sperato da Trump. Essi scivolano su un campo nevralgico: quello dell’Obamacare che lo stesso Tea Party movement aveva tentato di sbaraccare.

Se Trump avesse mantenuto il distacco e il sangue freddo necessari a non fargli abbracciare in toto la causa dei Tea Party sull’ Obamacare,  e si fosse mantenuto possibilista anche su altre questioni, a quest’ora avremmo avuto altra Election Day in Usa.

Intendiamoci, la spaccatura a destra sull’Obamacare non porta afflati democratici nella destra, semmai si tratta di un muro a muro tra chi è votato al mercato in modo intransigente e chi al popular volendo salvare gli aspetti dell’Obamacare che possono ritornare in termini di consenso popolare.

Nessuno che pensi a quei 20 milioni di “senza assistenza” futuri.

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Hate-speech: Facebook, il silenzio o la censura

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È di questi giorni una disamina su quello che Facebook non fa quando gli utenti reclamano la chiusura di pagine hate-speech, violente, inneggianti a totalitarismi, o semplicemente schiumanti odio contro donne, gay, bambini, disabili, vecchi, immigrati.
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Articoli pubblicati su DifferentMagazine

Articoli pubblicati su DifferentMagazine

Calabria e Mezzogiorno: il destino che non si avvera mai! Posted on 21 aprile 2017
Repubblica Cecena: Argun, prossima alla capitale Groznyj. “I gay? Cani che non meritano di vivere”. 
Le fake vengono dal freddo! TeleCremlino: the Manchurian Anchors   Posted on 9 aprile 2017
Umanizzazione pittorica di Sally Galotti: i colori come cura dell’anima!   Posted on 4 aprile 2017
Chi di tweet ferisce,di tweet perisce  Posted on 2 aprile 2017 by Melina Rende
“Stop” a cani stranieri. “Go” a lavoratori ubriachi Posted on 26 marzo 2017
Riparare i viventi. Magari! Con un rene artificiale Posted on 25 marzo 2017
Trump, fake news e guerra ai media  Posted on 18 marzo 2017
Messaggi pericolosi pro isis su FB     Posted on 17 marzo 2017
Muslim Ban e Mucche frisone          Posted on 16 marzo 2017
Hate speech e FB                     Posted on 15 marzo 2017
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La polvere sull’erba di Alberto Bevilacqua

la polvere sull'erba

la polvere sull’erba

http://www.einaudi.it/libri/libro/alberto-bevilacqua/la-polvere-sull-erba/978880615573

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L’antica morale è un elastico

di   Melina Rende

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Sul groppone della lingua

La cittadella del disprezzo 1.

di Melina Rende

Sul groppone della lingua del disprezzo, di tanto in tanto, per non strafare, caricherò qualche responsabilità, raccontando fatti oppure delineando tratti di figure cui la lingua del disprezzo ha offerto poche chances per esprimere al meglio la loro propria esistenza.  Attingerò alla memoria personale o a quella scritta e raccontata da altri. Questa prima storia proviene da un lavoro su “Teatro e Follia” di Renata Turco, di Spezzano della Sila (che ringrazio).

Siamo in un paesino del Sud, tempo addietro. la storia (per ciò che ne possiamo sapere) è quella di Adriana.

Un po’ demente, un po’ pazza e totalmente analfabeta, Adriana era l’attrazione principale di un quartiere fatto di case assiepate l’una all’altra in una commistione inevitabile di urla, risate, litigi e malumori.  Senza cinema o teatri, la gente si riuniva in un piccolo spazio antistante la sua casa, chiamandola a gran voce, fino a quando lei non usciva sul balcone, recitando, ogni volta, i personaggi più importanti del paese: il medico, il prete, l’avvocato, le mogli dei notabili.

E tra un’interpretazione e l’altra offriva dei brevi intervalli musicali con le canzoni di Sanremo.  Si fingeva che fosse una grande attrice, uscita per incanto da una rivista femminile, e intanto si rideva a crepapelle di quegli intermezzi stupidi, che si concludevano con finti applausi, con gli inchini seri di Adriana e le urla di vergogna della madre. 

Avrebbe meritato un vero palcoscenico per il proprio talento di attrice comica; avrebbe meritato di rimanere felice e sorridente.  Ma ormai non ride più, dopo anni di vero manicomio, di psicofarmaci, è solo una matta triste, che urla alla luna, al mondo e all’invisibile, parole incomprensibili.

 

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Fedeltà in Banca, Parola di Intesa

 

di Melina Rende

Faccio seguito all’ultima parte delle dichiarazioni di Carlo Salvatori, amm.re delegato, nella convention di Ostuni di Banca Intesa (I^ parte, Bancari medi e convention).

Cito:<Apparteniamo al gruppo Intesa che ha avuto il coraggio di mantenere le specificità e l’autonomia delle banche commerciali che lo compongono> (Mi sono persa qualcosa! Le banche fuse in Carime, non erano, prima di essere “Spa”, delle casse di risparmio. Che ci azzeccano le banche commerciali?!).

E qui diventiamo sentimentali, come i missionari cristiani nelle terre dei Senza Dio: <Carime deve essere la numero 1 per il rilancio di questa terra. Non solo un’operazione economico/ finanziaria sotto “Intesa”, ma l’idea di un accordo progettuale basato sull’affinità storica di Ambro/ Cariplo/ Carime che è una comune matrice>.

(Ulteriori perplessità mi colgono.

  • Dopo lo sradicamento, un albero può ricrescere? Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero, per fare l’albero ci vuole un fiore …..

  • Un nome, per favore un nome, come se bastasse solo questo ad individuare nell’operazione Intesa altro se non un incontro di capitali. Non puoi fondare un progetto sul valore DENARO e poi barattarlo, giustificandolo, per avere consenso, come sorto su altri valori.

  • Affinità storica tra realtà cosi dissimili? Ma avessimo risolto il divario tra Nord e Sud e non me ne fossi accorta?!).

Infine, ma non alla fine, come il velo che scivola e disvela la sua nuda verità, ecco che l’”Intesa” indica la Via, i principi morali, con un linguaggio degno del migliore retore dei tempi in cui “i treni erano sempre in orario”.

<Una matrice cristiana comune>, in barba ad ogni principio di rispetto per altre convinzioni; <fedeltà alla missione> come quando gli impiegati dello stato giuravano fedeltà in ossequioso spirito di servizio; <impegno verso la comunità>, aggiunto per puro riguardo alla forma, giacché nella sostanza è stato divelto.

Ancora più chiaro il messaggio ulteriore:<Noi vogliamo costruire la più grande banca del Sud, un’azienda sana in un gruppo sano, vogliamo persone che operino secondo il nostro stile, le nostre norme morali ed etiche>.

(E, forse, più allarmante! L’opera di fidelizzazione della Clientela, dal marketing, si sta rivolgendo in Fideizzazione dei dipendenti, fin  nella vita privata di ciascuno?

Siamo una famiglia, mi fu detto, quando entrai in banca, e la mia risposta fu:<mi basta la mia!>).

Nel finale, poi, il tono si esalta:

<Si suggerisce ai responsabili di aree/ servizi/ filiali di essere portatori di messaggi rassicuranti verso ……..tutte le nostre persone .. perché agiscano nel lavoro e nella vita dentro l’etica dei comportamenti. Ne trae vantaggio l’individuo, la famiglia, l’azienda; ne trae vantaggio la società, il Paese.>.

… Ma non era meglio l’avessero fatto capostazione?!

 

 

 

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Commistioni o Incontri

 

di Melina Rende

E il millennio ne sta sfornando di  scoop reali, senza preavviso, e con tale lena che se volessimo rincorrerli tutti, rischieremmo di fare la figura che fece quel giornalista quando, non riuscendo a farsi spazio tra la folla riunita a capannello, gridò: <Fatemi passare. Sono il padre>. Quando vide di che si trattava, era troppo tardi. C’era un asino riverso sull’asfalto di una strada della città.

Ripercorriamone solo alcuni.

Larry Flint ha offerto protezione a Bill Clinton. Il pornoproduttore venne in aiuto del presidente americano, non per fornirgli altri incontri ravvicinati “alla Monica”, ma soltanto per offrirsi di scovare vizi privati e pubbliche virtù dei suoi più accaniti accusatori nel Sexigate, in cui il presidente USA era impicciato.

L’ex rosso/pci, D’Alema, da privato cittadino con la famiglia, ha baciato la mano di sua Santità papale in Vaticano. Non ha offerto un nuovo concordato sulla scuola privata, ma ha riscoperto i valori del Cristo.

L’immagine di D’Alema (cfr. Sabina Guzzanti) si sarà risentita certamente, ingelosendosi per aver reclamato invano un bacio mai ricevuto?

Una ex lucciola, una Bocca di rosa reale, nella carne e nelle ossa della responsabile del sindacato delle prostitute, ha avuto accesso alla prima pagina di La Stampa, per inviare l’ultimo saluto a Fabrizio De Andrè, in quella triste giornata in cui abbiamo dovuto prendere congedo da lui.

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Aviti luoghi, Corso Telesio

 

di Melina Rende

 

La strada della nostra città, che superava certamente in gradevolezza l’allora C.so Mazzini, un tempo, quello che si ricostruisce per frammenti, era, e le persone di una certa età se la ricordano, Corso Telesio. Il cuore del commercio della città.

Si divideva in tre zone “i mercanti, gli orefici, la giostra nuova”.

La zona dei mercanti compresa tra piazza dei Valdesi e piazza del Duomo, fino alla fine degli anni ’50, era tutto un brulicare di voci, persone, negozi vari, spezierie, pasticcerie. In questo tratto si trovavano (tuttora esistenti) la piazza delle uova (chiazza i ll’ova) e la piazza Piccola.

Dal passato emerge il “Gran Caffè Gallicchio” (oggi Gran Caffè Renzelli), in Piazza Parrasio, che fu prima di don Peppino Pranno e dopo del Cav. Renzelli. Il caffè diviso in due salette, la rossa e la verde, rappresentava il salotto buono degli intellettuali cosentini.

Lo scrittore Nicola Misasi era uno dei più assidui frequentatori e con lui docenti, studenti, professionisti.

A proposito degli orefici, V. Padula in “Calabria prima e dopo l’Unità”, accennando al culto della Madonna del Pilerio, scrive: “Ci venne dalla Spagna, dove si onora la Madonna del Pylar (colonna) le comparve il gavacciolo della peste del 1573 e si screpolò nel terremoto del 1783. Nella peste del 1656 le apparve la macchia e gli orefici ottennero di imprimere Maria di Costantinopoli nell’angolo esterno del Duomo, ove sotto gelosie di legno sta esposta una lampa, e gli orefici ne fanno le spese”.

La giostra nuova, costruita nel 1813, è il tratto terminale di Corso Telesio. Detta “Nuova” per distinguerla dalla parallela “Vecchia”, ricca di negozi, sartorie. Era la sede della rivista “La Lotta”, della tipografia e libreria “Aprea” e la sede della “Cronaca di Calabria” fondata da Luigi Caputo.

Il corso era dedicato a Bernardino Telesio, il filosofo cosentino che, vissuto nel XV secolo, da naturalista e antiaristotelico capovolse le concezioni del suo tempo intorno all’uomo e al mondo, anticipando l’immanentismo moderno.

(notizie tratte da Cnr-Area Cs)

 

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Le tane del coniglio

 

Dal Tamagochi agli Usaghi.

di Melina Rende

In Giappone le abitazioni sono assai miniaturizzate, nelle grandi metropoli. La dimensione della solitudine urbana è acutizzata da regole assai restrittive dei  comportamenti da tenere all’interno di un condominio, rispetto ai rumori molesti.

Altroché i nostri liberi costumi all’italiana: il ticchettio dei tacchi della signora di sopra o il pesante passo calcato del suo consorte, anche nel pieno della notte o il picchiare sistematico di un martello sul chiodo che non vuole entrare, magari alla mezzanotte passata!

Il silenzio della privacy in Giappone è estremizzato come da noi è all’estremo il rumore e le fonti relative.

Paese che vai usanze che trovi!

E dell’abbaiare dei cani. Vi è mai capitato di regolare il sonno sul suo ritmo? Non è facile perché i cani, ancora, vivaddio, hanno dei sensori più raffinati dei nostri per i rumori e gli odori e reagiscono ad essi, quando noi nemmeno li avvertiamo, con l’abbaiare. Sommate tutto ciò e ne viene fuori un cane che urla ad intermittenza infinita e tu, che abiti in quel condominio, progetti strategie per strozzarlo.

Bene, tutti questi inconvenienti sono inesistenti nei condomini giapponesi. La presenza degli animali è bandita dal minimo spazio in cui un giapponese medio si muove.

Soprattutto, lo spazio è adeguato al numero di componenti la famiglia e si restringe addosso al single.

Muoversi in meno di due metri quadrati di calpestabile fa venire l’angoscia solo a pensarci: fomenta immagini di alveari, di pareti che ti soffocano, e altri incubi del genere.

Dicevo, in tale angustia la misura dell’essere solo deve essere assai deprimente, nemmeno un cane con cui parlare.

E allora? I giapponesi avevano inventato il Tamagochi, un animaletto virtuale che riproduceva il ciclo vitale di un animale vero con gli stessi bisogni da accudire e la non cura del padrone veniva evidenziata subito dalla morte dell’esserino animale virtuale.

Forse ci si sarà resi conto che era anche più straziante sentirsi puniti dalla morte di un animaletto virtuale, che spariva davanti ai tuoi occhi senza che tu potessi sentirne il respiro, l’affanno o vederne gli occhi che ti chiedevano aiuto, come farebbe un animale vero se stesse per morire.

Angosciarsi per un esserino virtuale deve aver colmato la misura della solitudine, a tal punto da rinunciare a qualsiasi tamagochi.

E che cosa si sono inventati, questi giapponesi? L’Usaghi, un coniglio (vero) nano, pare sia una razza che non fa rumore, ha poche esigenze, sporca poco, è piccolo come un cucciolo di coniglio e rimane tale, costa meno di un cane con pedigree, un esemplare comune infatti ha un prezzo di poche migliaia di lire.

L’agenzia pubblicitaria “Dentsu” ha lanciato la moda dell’Usaghi che ha preso piede presso i bambini, naturalmente, e anche presso i singles che non sono ancora pronti per diventare coppia, e ai quali la politica dell'”Uno e mezzo” sembra essere quella del numero perfetto.   

L’esigenza affettiva è salvata dal contatto con un corpo reale palpitante, qual’è quello di un piccolo coniglio, e l’esigenza abitativa dalla contenibilità dei conigli nani in una scatola.

Anche le tane di coniglio, come sono definite le abitazioni giapponesi, avranno il loro reale padrone, l’usaghi o coniglio nano, con al seguito un residente giapponese in qualità di ospite, di cui curare qualche problema di mancanza d’affetto.

 

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Date a Dio e a Cesare

di  Melina Rende     

 

Date a Dio quel che è di Dio, ma non toglietelo a Cesare, però.

Mi ricordo quando D’Alema divenne Presidente del Consiglio. Alcuni presero a ribattere la grancassa dei Comunisti al Potere: il rappresentante del Polo che non ha mai smesso di pensare che le tonnellate di calcinacci del Muro di Berlino fossero solo un fotomontaggio. Non è di lui che voglio dire.  Bensì dei vari cardinal politici cui lo spauracchio di Peppone fa lo stesso effetto del grido femminista Tremate Tremate le Streghe son Tornate.

E’ vero che la storia degli uomini (sigh!) sia un eterno ritorno per cui le commistioni tra papato e Stato hanno sempre deposto a sfavore della chiarezza del confronto.

E’ vero che la nostra Repubblica soffre di vertigini clericali ed è anche realmente palpabile il potere delle vertigini.

Se parlo di ingerenza nella cosa pubblica da parte dei prelati cardinal politici non credo di rasentare la blasfemia né di commettere delitto di lesa maestà.

Tiro le somme, da buona laica, da una questione presente intorno alla scuola pubblica/ privata.

La Costituzione sancisce il diritto allo studio ed assume specularmente l’obbligo di offrire strutture scolastiche statali idonee acchè tale diritto sia agito.

La scuola non è materia concordataria tra Vaticano e Stato. La stessa Costituzione (art.33, 3^c.) vieta che lo Stato si faccia carico di oneri per la scuola privata. Solo la costruzione di una parità scolastica attraverso sovvenzioni alle famiglie, indipendentemente dalla scelta, operata da queste ultime, della scuola privata/pubblica può impegnare politicamente lo Stato a concretizzare sempre di più il diritto allo studio.

Ma le insoddisfazioni, ahinoi, ci sono e cadono proprio su quegli oneri che il Vaticano vorrebbe caricare sul groppone  dello Stato italiano.

Mi chiedo, se la scuola privata vive, per definizione, con  i capitali privati e, perciò è autofinanziantesi, che senso avrebbe l’intervento economico pubblico?

Quello di farne una società a compartecipazione statale? Non è un po’ assurdo andare controtendenza in un tempo in cui altri enti semistatali stanno privatizzandosi?

Lo scontento ecclesiastico in tale questione può assumere l’aspetto di una rimostranza elettorale?

Pare che un anonimo interlocutore, riferisce Luigi Accattoli sul Corriere, abbia affermato che, in fondo, il programma dell’Ulivo puntasse a realizzare un sistema pubblico scolastico integrato con sostegno economico alle scuole non statali.

Quindi se tanto mi dà tanto anche le svolte politiche sono monitorate in Vaticano!

 

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Diatribe flegree tra acque e vapori

di Melina Rende

 

Il poeta Pietro da Eboli, nel suo De Balneis, amava istoriare il suo manuale con le leggende fiorite nella tradizione locale flegrea, che decantava le virtù terapeutiche dei bagni, in modo così ingenuamente mirabolante, da suscitare i lazzi di un tale Loise de Rosa della corte aragonese che, nel  dialetto puteolano-napoletano, suggerisce che

<<… se volisse imprenare tua mogliere, portala a lo vagno de Sarviata, e tu fa lo dovere con tua mogliere, ca la donna non se imprena de acqua cauda>>.

Certamente anche le descrizioni  dell’età classica, intorno a ciascuno dei bagni puteolani,  che indicavano ai malati le qualità terapeutiche degli stessi, fornivano utili suggerimenti al nostro Pietro, al fine di dotare ogni stabilimento con iscrizioni e figure esplicative della particolare efficacia delle acque in relazione alle malattie da esse curate.

Naturalmente le diverse virtù delle terme finirono per originare l’invidia dei medici della Scuola salernitana, che addirittura degenerò, pare, in aperta violenza, quando tre di essi si presero la briga una notte, “navigando a li detti bagni” di “diguastare tutte le scritture e pinture scritte e pinte in de li bagni con ferri et altri instrumenti“.

Al di là del tono favolistico, l’antagonismo tra i Bagni e i medici salernitani fu assai stridente per tutto il medioevo.

Infatti mentre i Bagni di Pozzuoli erano gratuiti e prescritti tranquillamente dai medici del Collegio di Napoli, la Scuola salernitana si limitava a consigli tiepidi sulle facoltà curative delle acque, abbondando nelle controindicazioni.

(Notizie tratte da “Nel nome del bagno”, di G.Orofino,”Kos”, a. I, n.3, 1984).

 

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Bancari medi e convention

Convention di banca Intesa ad Ostuni.

di Melina Rende

<Sono incazzato nero e non ne posso più>.

In Quarto Potere lo showman lancia l’urlo, trascinando con sé la rabbia dei telespettatori della vita e/o del piccolo schermo.

Il bancario medio <carimino> (di Banca Carime) lo innalzerà mai? Anche di fronte all’ennesimo passaggio di mano della frangia ulteriore di un servizio (controllo di gestione) che da Cosenza si sposta a Bari, con pacchi e colleghi!!

<Ma era un passaggio obbligato. Per rendere flessibile una banca a tre teste!>, diranno.

A cosa pensano, dunque, le teste pensanti del management. Vediamo. Voglio soffermarmi sulle dichiarazioni di Carlo Salvatori, Amm.re delegato di Intesa, nella convention di Ostuni, di qualche mese fa di qualche anno fa.

<Fare squadra, per un capo, significa, una politica di selezione interna sul merito e sui risultati, anziché sull’anzianità e sul grado (I contratti dove ce li metteremo?); gestire il mix tra risorse buone, medie e non adeguate (Saranno ripristinati i quaderni neri di antica memoria Fiat?); premiare chi ha un atteggiamento positivo verso il mercato e la banca stessa e isolare chi è facile alla polemica (Chi stabilirà il discrimine tra giusta rimostranza e “polemica”?). comunicare al personale i propri obiettivi e coinvolgerli nel proprio raggiungimento, Carime ha bisogno di gente che pensi positivo e che sia vincente (il “Pensiero Positivo” è un cardine della New Age, in cui non esistono capi, nè nostre/ vostre persone, dunque, quale dovrebbe essere il pensiero positivo? Quello del management!!).

Il resto del documento sarà illustrato in una seconda tornata, se Papà Azienda non tapperà la bocca al buon Cirano.

Alla prossima, dunque.

 

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Perché ti amo


ti amo perché mi sei apparso
e non credevo 
fosse possibile
ti amo perchè ogni più intima fibra di me stessa
canta sommessamente le giornate

ti amo perchè sei una parte di uomo che ho rincorso
per me da secoli di fame

ti amo perchè ti sei insinuato
soavemente tra le mie cosce
e le mie mani sono le tue
che mi cercano

ti amo perchè sospiri alla mia anima
rappresa dal freddo del troppo presto
troppo tardi
mai più
ormai

ti amo perchè il tuo essere distante
ti fa riconoscibile
solo a me che so
che esisti

ti amo e il mio corpo
rifiorisce detti d’amore
dimenticati

ti amo per la tua forza
di tenerezza in cui mugolo
d’annegare

ti amo per i guizzi dei tuoi
sensuali suoni

sono qui e fremo quando parli
sono qui e impazzisco per
la voglia che mi accendi

un glissamento della voce
qualche puntino sospeso
e sono già tua

ti appartengo ormai
anima e corpo
raccoglimi nell’incavo
delle tue braccia

fammi respirare il
sapore di buono che desidero
succhiare dal tuo petto

sento già il mio ventre
secernere umori
una vibrazione scorrermi
nel sangue

sei qui, piccolo uomo
mio,
e non ho più
null’altro di cui avere bisogno

ti respirerò ogni centimetro
di anima insieme a
quel corpo
che bramo possedere

sarò vinta alla tua voglia
mai saziandomi di
te

Amore mio,

che sei sceso nelle terre del mio essere

straniera all’amore

mio amato, quanti anni
ho aspettato questi giochi complici

Sono qui ed ero già tua
prima ancora che mi richiedessi

finalmente posso cadere
penetrandomi ogni centimetro
di te
fino a non capire
più perchè
mi ero soffermata
tanto ad aspettarti
senza aspettare

ad amare il tuo sembiante
senza conoscerti

a sentire
che stavi giungendo
senza sapere da dove

a riconoscerti, senza
incertezze, come il
mio uomo.

 

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Ogni volta che muore una donna

 

picchiata trascinata per metri 

da forza di uomo
accecato dall’odio

colpita negli occhi
per non ricordare
il viso dell’uomo
che aveva sposato

freddata alla testa
per cancellare gli occhi
degli occhi del suo assassino

pugnalata dove la vita ha inizio
per cancellare
il ricordo di essere nato
da un grembo

straziata mutilata e scempiata
per malati rituali di
ricostruzione
di un sé ormai frantumato in pezzi

Ogni volta
io sono cadavere

e lui, accanto a me,
è l’assassino.

Dedicato a chi non può ancora parlare.

Pubblicata in “Niente Guerre” Poesia contro ogni violenza – II ed. 1999 – testi raccolti e selezionati da La Bottega di Poesia “Fernando Pessoa”
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| Secret life on WordPress.com

racconto breve

Sorgente: | Secret life on WordPress.com

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“E le ombre della notte si allungavano sui suoi passi”……

 

Pupetta Del Rio, detta Tina

Era  un’idea retorica  per  iniziare un  qualcosa  che assomigliasse  al racconto  che  doveva essere  consegnato  di  lì  a pochi  giorni.   Le pressioni  dell’editore erano  lì.   Se le  sentiva  tutte sulla  nuca, chinata davanti  alla tastiera che  aspettava di essere  strapazzata dai suoi  polpastrelli.   Le  sue occhiatacce  durante  l’ultimo  colloquio sembravano  rendere  più  pesanti  quelle “ombre”  che  si  allungavano assumendo contorni nerastri.

Sentiva  quei  passi  caricarsi  dell’ansia delle  ombre  serali,  quasi affrettare l’andatura e il ritmo.

“E le ombre della sera si allungavano sui suoi passi”….

Più ci  pensava, più era spinta  a buttarla via quella  stupida frase.

Eppure ne era per parte affascinata,  come se sulla superficie di quella espressione  vistosamente campeggiasse  l’essenza del  colore della  sua anima.

E quando la sfiorava questa sensazione,  sapeva bene che il giudizio che bollava  ogni  cosa della  sua  vita  come  retorica finiva  per  essere sconfitto da ben più forte sensazione  che gridava “E’ la cosa giusta”.

Beninteso  ciò  non  spianava  tappeti  rossi  ad  accoglierla  o  cori bene auguranti o luminarie a darle  il benvenuto.

 Anzi era la sensazione che l’aveva sempre cacciata nei guai.   Ma nei guai ci sarebbe finita se non si fosse rimessa a lavorare, invece di perdersi in divagazioni.

Era mezzanotte.  Uscì  sulla veranda.   La notte era calma. 

Nuvole nere passeggiavano sulla  faccia della luna.  L’idea  della immobilità della luna doveva  essere stata  partorita dal bisogno  umano di  punti fissi. Un’idea bislacca perché non c’era niente  di più mobile di quella luna che  la guardava  e  faceva le  facce strane  come  una vecchia  signora infastidita da tanto turbinio di nuvolaglia maleducata.

Era luna piena.  No, ci mancava  un pezzettino piccolo, ma così piccolo che  si  sarebbe  potuta  dire  piena.  Un  odore  forte  di  notte  era d’intorno.  Invitava  a strusciarsi  contro il suo  corpo, protendendosi verso   maliziose  protuberanze   divine,   che   si  intuivano   dietro quell’immenso manto regalmente nero.  Aveva socchiuso gli occhi, andando incontro alla notte, ma non riuscì a giungere ad una qualsivoglia forma di coniunctio che risuonarono passi in quel silenzio.  Aprì gli occhi.

Non era  certamente raro sentire  risuonare dei passi a  quell’ora. 

Non questo l’aveva fatta sobbalzare. 

Era una sensazione già provata che le faceva correre  il cuore. 

Tese  l’orecchio.  I passi erano  sempre più distintamente percepibili.   Li avvertiva  rimbombarle alla  bocca dello stomaco.  Lì ha sede l’anima, disse un  flash di memoria.  Ma che vai a pensare, rispose un Altro flash.

§

“E le ombre della sera si allungavano sui suoi passi”.

Avevo  girovagato l’intero  pomeriggio.   Avevo  formulato un  programma della giornata  sulla mia brava  agenda “planning”, per non  sprecare un solo attimo del mio tempo prezioso.   Un intero pomeriggio di impegni di lavoro, di appuntamenti  con clienti che conoscevo già, con  cui non ci sarebbero  stati  intoppi,  che  non  avrebbero  fatto  domande  inutili mettendomi alla prova.

Nel  mio lavoro  dovevo avere  un  fair play  da lord  inglese, ossia  un sorriso da  latin lover e  un cuore di  ghiaccio.  E avevo  imparato che quelli che comprano  il prodotto sono proprio quelli che  si divertono a metterti  in difficoltà  in modo  oculato  e quelli  che non  avrebbero concluso erano quelli che ti  raccontavano i loro guai.  Di quest’ultimi non c’era traccia sulla mia agenda planning, questo pomeriggio.

Mi sentivo  bene, centrato  sul mio immediato  futuro prossimo.   Ero in canna, si  dice così.   Smaltii un  paio di  appuntamenti, mi  fermai a prendere  un caffè  sull’autostrada.  Rientrai  in macchina  e la  mano cercò una frequenza  radiofonica: un radiogiornale, qualche  spot e poi Lei.

 Stavo fumando una Gauloise, il fumo mi andò per traverso.

Non può essere lei.  Non riuscivo a fermare le parole, ero sintonizzato sulla sensazione che  mi dava quella voce.  Un  torcibudello totale alla bocca dell’anima.  L’avevo conosciuta  qualche anno prima, avevamo avuto una storia, ma scappai perché mi  prendeva troppo e volevo continuare a non impegnarmi, a gustare la mia libertà.

Ma eccola, era lì che intrecciava parole.  Come era brava a parlare, ti incantava il  suono della sua voce,  anche quando le parole  erano dure.

Ci sapeva proprio  fare con le parole.  Ma il  massimo era quando faceva parlare il suo corpo.  Mi sentivo trasportare altrove.  Ci stavo proprio bene.

Di rado mi sono sentito come allora.   Sì, sto bene, ma mi manca la sua magia.  Bastava che poggiasse la mano sulla nuca e le spade affilate, che mi  trafiggevano, ricadevano  a  terra con  fragore  ovattato.  Presi  a registrare quello che  lei stava dicendo.  Aveva pubblicato  un libro di poesia.  La stavano intervistando.  Era lei.

Mise a soqquadro  tutto il mio pianificato pomeriggio e,  forse, anche la mia  vita  “libera”,  che  procedeva tranquilla  se  non  per  calcolati sobbalzi.  Ero uno  stratega dell’emotività imbrigliatamente calcolata.

Ma  quella piccola  donna  sconquassava  il mio  ordine.   Ne sentii  il profumo e la  lievità della pelle, il sapore d’oceano  che mi attirava.

Mi guardai nello specchietto retrovisore, gli occhi si erano illuminati. Mi sembrava di risentire le sue parole – Hai le candeline negli occhi -.

Girovagai  senza meta  per  lungo  tempo su  quel  pezzo di  autostrada, perfetta per un  percorso rettilineo di un uomo d’affari  che non avesse tempo da perdere nelle curve  disegnate dall’anima.  Quasi annottava, le nuvole  si facevano  dense e  veleggiavano su  una luna  giallastra.  Mi fermai.  Solo  ora mi  accorgevo che  mi era mancata.   Fu con  un gesto sapiente che la  mia mano prese una  cassetta e la inserì.   Le note di The man I love la scelsero definitivamente.  Invertii la rotta della mia macchina e, con essa, di quella della mia esistenza.

Imboccai uno svincolo e tornai  verso il suo richiamo.  Volevo rischiare tutto, anche di essere cacciato via.   In fondo non sapevo se era troppo tardi, ma volevo rischiare di saperlo.   Composi il 12 sul mio cellulare e richiesi  l’informazione.  Mi  confermarono che  era rimasta  lì dove l’avevo  lasciata.  Verso  mezzanotte passata  arrivai nei  pressi della piccola città dove abitava ancora.

Lasciai la macchina.  Cominciai a scendere i gradini della piazza.

“E le ombre della notte si allungavano sui suoi passi”.

 

 

   

 

 

 

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Il Minotauro e il Villaggio Globale

Minotauro

Minotauro

L’uomo del terzo millennio ed il suo isolamento culturale e morale alla luce del “villaggio globale”

 

Revisione 2015, Melina Rende

Come universale uno “spicchio di mondo”.

L’occhio si sgranava su visioni di fili che correvano all’infinito. Ognuno di essi trasportava un discorso.

C’era il filo di fumo da una montagna all’altra, che si rispondevano.   Il filo del telegrafo che trasmetteva notizie.  Il filo di fumo della locomotiva che spostava merci e persone.  Il filo che portava elettricità negli abitati.  Il pennacchio di fumo delle navi che segnalava l’arrivo nei porti.

Era quasi comodo scomporre, data la separazione spaziale esistente, un mondo rispetto a un altro, lontano, sconosciuto e, per ciò stesso, forse inesistente. O addirittura supporre che ne esistesse solo uno, frammentato e disperso, il proprio.

L’illusione di essere l’unico mondo possibile si nutriva del senso di  appartenenza a una comunità, che si fortificava affrontando le difficoltà del quotidiano.

Reti di solidarietà riequilibravano i conflitti e, nel ricomporsi delle controversie, rimanevano intatte le funzioni, i ruoli, di fatto, quella tassonomia intorno cui  ognuno si  riconosceva perché  l’aveva perpetuata.  Le novità, gli imprevisti erano sottoposti al vaglio di un corpo eletto dalla comunità che decideva se rifiutarle, accettarle o fronteggiarle.   Così s’imponeva come universale uno “spicchio di mondo” e ogni differenza era inglobata e/o messa a tacere da un linguaggio unico, scarno   che   poneva  argini   al   dubbio.    La schematizzazione di buoni e cattivi tagliava trasversalmente ogni incertezza.

Il <senso dell’abitare> andava a  spasso con i ritmi regolari del giorno e della notte e con le regole sociali che, dalla scansione temporale, sembrava scaturissero la loro “naturalità”.  Gli uomini occupavano un “fuori”, le donne un “dentro”, i bambini giocavano a fare gli uomini, le bambine giocavano a fare le madri (buone) e le civette (cattive).  Ogni cosa al suo posto:  un labirinto con un centro soltanto ed una unica uscita.

 Il gioco molteplice del Minotauro.

Il Minotauro, all’interno del suo labirinto, riconosce se stesso dalla  immagine che  lo specchio  gli  rimanda di  sé.  Ogni movimento compiuto

è ripetuto; acquista vigore il suo essere centro in questo gioco.  Ma lo sgomento è lì quando le pareti specchiate gli rimandano non un unico se stesso, ma cento, mille se stessi.

Il gioco del muoversi riformula mille Minotauri che si muovono con lui, vicini e lontani: una moltitudine  somigliantegli.

Ha l’illusione di essere il capo, il re, il dio di tutti che lo seguono e compiono tutto ciò che lui compie.

Il Minotauro “centro e una sola uscita”.  Ma è un’uscita cieca, perché non lo porterà da nessuna parte.  È un’uscita che è solo “ingresso” per i fanciulli-sacrificio-cibo.

Il <labirinto centrato> si rivela una prigione mortifera per chiunque lo abiti.

Il mito svela una necessitante operazione e svolge un rito  di passaggio: da un linguaggio comunicante, seppur esiguo; compreso da tutti, seppur monocorde; esclusivo e, per ciò stesso, escludente lo “straniero alla comunità” verso un linguaggio multiplo, dai contorni sfumati, dai mille accenti sfuggenti, dalle molteplici sfumature.

Da un <labirinto centrato>, con una sola uscita/entrata che confortava il senso di estraneità, affermando la certezza di “essere nel mondo”.

Dalla <coscienza di un centro> che si costituiva come luogo di significato, di relazione, che si autoaffermava come unica mappa del continente del Significato verso la <coscienza planetaria> del nostro tempo, che viepiù ci sposta in direzione di  innumerevoli dimensioni significative tanto più paradossalmente ci  spinge  verso una  dilatazione dell’estraneità.

I fili comunicativi sono miliardi.  Sono così tanti che se avessero continuato a ramificare avrebbero eretto la terra a immensa gabbia e allora si sono lanciati nell’etere satellitare.

Non più solo un filo…

Abbiamo più di quell’unico filo che Arianna aveva fornito a Perseo, ci sono i fili telematici, quelli virtuali.

Lo spazio cielo-terracqueo è un immenso labirinto senza forma e senza percorsi finalizzati a un centro.

“La produzione di mappe urbane, di sistemi di comunicazioni aeree sono inconsapevolmente  labirintiche.  Se si osserva l’immagine globale di  queste reti gettate sulla  superficie del pianeta si trae l’idea che si è  giunti al labirinto per eccellenza: alla sfera dove ciascun punto è un luogo d’arrivo e di partenza e in cui il centro è in  ogni dove” (Il  sapere è un labirinto, Vol.   15^, Enciclopedia Einaudi).

Certo, sgomenta questo infinito Luogo.

Provate a immaginarlo come una continuità di montagne russe, dove ogni attimo necessita di una scelta: avere paura, piangere, stare calmi, ridere.

Ognuno, con le sue proprie modalità diverse nell’affrontarle, comporrà  l’originalità del  muoversi in  tale labirinto,  di avanzare verso un’uscita o di arretrare verso la precedente senza la disperazione di  aver mancato  il  bersaglio.   Ogni snodo sarà un plesso da cui ripartire, in cui attardarsi o, anche, permanere.

Se  il <labirinto centrato> era la guida del Senso, il <labirinto a-centrato> guida gli individui a “dare un senso”.  Permette la sperimentazione di vie nuove, di risposte, di ipotesi  possibili e sfida a metterle in atto.

Il <villaggio globale> è fatto dell’eterogeneità di tutte le risposte e di tutte le ipotesi.  È fatto della solitudine di ciascuno e dell'<ambre del alma> (C.Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi), la fame dell’anima,  che ognuno prova quando  ha smarrito il senso  del suo “vivere”.

È fatto di una duplice solitudine, “quella che può essere cullata e questo suo movimento contiene in sé chi culla” (T.Morrison, Amatissima), e  quella “che vaga…  Una cosa  secca che si allarga e fa  risuonare i passi di  chi cammina come se  venissero da un posto lontano” (T.Morrison, ibidem).

È fatto, dunque, di donne e di uomini, di bambine e bambini, di vecchie e di vecchi,  delle loro  <finitudini  umane> (M. Foucault,  Le parole e  le cose) e delle  emozioni di ciascuno.  Per tirarne fuori il meglio sarà sufficiente non perdere di vista il bisogno di <fare anima> (J. Hillman,  Il mito dell’analisi) quella voglia di comunanza che fa condividere le impressioni del tuo viaggio con compagni di altri viaggi.

“Villaggio di più mondi”.

Basterà superare le barriere mentali perché, se nell’antico “villaggio-unico mondo” il Qui era separato dall’Altrove e il solo problema appariva saper distinguere il Noi dallo Straniero, nel nostro “villaggio di più mondi” il “problema sarà scoprire in che modo gli altri, di là dal mare o dell’oceano, in fondo  al corridoio o nella casa vicina, organizzano il proprio mondo significativo”  (C. Geertz, Antropologia interpretativa).

Il <villaggio  globale> è fatto di attività; non sono soltanto compiti tecnici ma <modi di essere nel mondo>.  O meglio, è fatto d’individui che svolgono arti, mestieri, professioni intorno a cui imperniano le  proprie esistenze e che penetrano in esse: non solo un mestiere praticato, dunque, ma un <modo di essere nel mondo>.

Attività che aumentano le separazioni tra “luoghi  di lavoro e spazi dell’abitare”, che marcano “l’isolamento in routine di scambio, che si svolge soltanto all’interno del proprio ambiente lavorativo e/o ceto sociale” (S.Cotta, Perché la violenza).

Che fare?

Che fare, affinché la “solitudine erratica” si trasformi in “solitudine che  fa e cerca  compagnia”, affinché le  attività non azzerino  la libertà  di  un  <rapporto a tutto  orizzonte>  e i  fili telematici  non  producano  solamente incontri  virtuali?

Cercare nei fenomeni culturali del nostro “villaggio a-centrato” i fatti umani per scoprirne i significati; averli sempre presenti per far sì che l’immenso reticolato di fili del nostro “labirinto globale” possa sempre comunicare e scambiare anima, comunanza e vicinanza, pur se distanti.

Il nostro “villaggio a-cefalo” offre estraneità e certezza, allo stesso tempo.  È più che un’immagine analogica, più che una metafora della Vita: è un ossimoro, ossia è com’è la Vita stessa, che avvicina l’eguale al diverso, più <modi  di  essere nel mondo>.

Si rintracciano gli “altri”, ma quegli <altri siamo anche noi>.

Siamo reciprocamente estranei, Io e l’Altro, e, parimenti, l’Altro ed Io siamo uguali nell’intima estraneità che condividiamo con noi stessi.

E siamo pur sempre reciprocamente estranei, Io e l’Altro, perché siamo diversi fisicamente, psicologicamente, culturalmente, ma <non di meno o di più>: siamo paritariamente diversi, con diversi <modi di essere nel mondo>, da scambiare, da comunicare.

“Non  siamo circondati  nè da  marziani nè  da riproduzioni  di noi stessi riuscite meno bene…  Vedere noi stessi come ci vedono gli altri può  essere  rivelatore.   Vedere gli altri condividere con noi la medesima natura è il minimo della decenza.  Ma è dalla conquista assai più  difficile di  vedere noi  stessi tra gli altri,  come un  esempio locale delle forme che la vita  umana ha assunto localmente, un caso tra i casi, un mondo  tra i mondi, che deriva quella  apertura mentale senza la  quale l’oggettività’  è  autoincensamento e  la  tolleranza è mistificazione” (C. Geertz, ibidem).

Conclusioni.

E proprio per cominciare dal particolare, proviamo a fare un salto sforzandoci di smontare le aberrazioni persistenti del linguaggio comune.   Re – impariamo il linguaggio della reciprocità che, dietro categorie universali (Uomo), fagocitanti identità diverse, riconosce esistenza ai soggetti reali, agli “attori che compiono l’azione” (donne e uomini), riempendoli di contenuto e di senso.

Questo permetterà di arrestare l’arroganza del processo di “cancellazione della  memoria” che tende  a nullificare cose  e persone, sì da operare il primo passo concreto per fronteggiare lo “sperdimento” sullo scenario del nostro labirintico villaggio globale.

Più di un esempio di natura politico-sociologica potrebbe confortare la pericolosità di tale operazione, ma ritengo che il testo letterario, più contiguo al mio “modo di essere”, come specchio di un pensiero non slegato dall’emozione, possa offrire una metafora veritiera e assai calzante per ciò che vado pensando.

Calatevi nell’immagine del “Lettore” di Italo Calvino (Se una notte d’inverno un viaggiatore, p.287).

Dopo aver avviato, per gioco, la cancellazione delle cose intorno a sé, si rende conto che il gioco incontra “quelli della Sezione D”, figuri “con cappello e cappotto”, che vogliono distorcere, strumentalizzandole per scopi di potere, le finalità del suo gioco.

Essi s’interpongono tra il Lettore e Franziska tanto da fargli dire: “Non vedo l’ora di far  marcia indietro, di far tornare a esistere le cose  del mondo, a  una a una o  tutte insieme, contrapporre  la loro variegata  e tangibile  sostanza come  un  muro compatto  contro i  loro disegni di vanificazione generale“.

Il nostro “Lettore” supera d’un  balzo  quel  mondo che  si  sta sgretolando.   Sono l’uno di fronte  all’altra, con Franziska.

Il  riconoscersi vicendevole come  due identità distinte, seppur  limitrofe, appare come la condizione essenziale per fermare  il gioco distruttivo della memoria individuale e collettiva, operata da ogni micro/macro potere.

Partecipazione Premio R.Manzini – 1999, VIII^ edizione

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BRAVI!

  • Ma noi non abbiamo fatto niente.” –
  • Proprio per questo.” –

by  Melina Rende

È il dialogo che si svolge, in uno spot, tra un essere umano e un angelo a proposito di una certa acqua, che è rimasta come la natura la creò grazie alla mancata azione degli uomini

Viaggiando in auto verso Oriolo, cittadina dell’Alto Jonio Cosentino, mi è scappato di fare la stessa riflessione dell’angelo.  Chilometri  di  bosco,  di  terra incolta, raramente coltivata  a grano, serpenti di fiumi  prosciugati senza un tentativo di scavo per riportare alla luce la nascosta falda acquifera.

Se la Calabria è ancora in Calabria, ossia non discesa nel Mediterraneo; se la sua terra non è periodicamente sconvolta da alluvioni, sicuramente ciò è dovuto alla inazione degli uomini.

È un’affermazione consapevole contro la “filosofia del progresso”, me ne rendo conto, e scandalizzerà i fautori della cementificazione ad oltranza o quegli amministratori che oculatamente fanno piovere “finanziamenti a pioggia” in momenti politicamente  acconci ad ottenere un effetto feed-back misurabile in voti.

È un’affermazione consapevole a favore  dell’anima che è nelle cose della natura e nelle cose della  comunità umana.  Se non si riesce a cambiare le cose secondo la loro anima, allora è meglio non sconvolgerne i ritmi e le silenziose armonie.

E a questo punto mi avvicino al nocciolo del problema.  Il tratto di costa ionica che va da Villapiana Lido a Trebisacce presentava una pineta selvaggia, un sottobosco florido di piante officinali e di oleandri spontanei.

I sentieri verso il mare vengono ogni volta approntati dai pochi abitanti della zona, perché, da un anno all’altro, s’infittiscono di piante.

I pini  marittimi l’hanno sempre fatta  da padroni del territorio, maestosi svettanti, odorosi di resine, case per nidi di uccelli, ombra per villeggianti accaldati.

Di  anno in  anno è  invalso il gioco del bruciare.   L’immagine di Inferno dantesco può significare la sensazione di arsura degli alberi ridotti a monconi anneriti fumanti quasi a chiedere il perché di un tal dileggio.

La prima volta che fotografai l’anima bruciata della pineta con il suo silenzio urlante provai un moto di pianto rabbioso. Gli incendi si susseguirono di estate in estate.

La boscaglia ogni anno riprendeva vigore, in barba alla volontà impotente e sadica che, forse stava preparando il terreno per un progetto futuro di civile cementificazione.

Piccoli pini, roveti, fiori di soffioni, tutto riprendeva.  Anche i grandi pini anneriti gettavano nuovi rami, nuove chiome.  Fino a questa primavera.

Corre parallela alla linea ferroviaria una striscia di terra disboscata, sterrata che ha accolto tubi di fognature e/o di acqua  potabile.  Parallela invece alla spiaggia corre un tratto di terra disboscata anch’essa, sterrata da lungo tempo che serve per il transito di automobili (nonostante tutto quel che ne consegue).

La fascia di pineta sta dunque al centro tra questi due tratti.

Ora dovete sapere che la mano degli uomini ha avuto un’alzata d’ingegno superiore a qualsiasi previsione.

Là dove il pino marittimo è sovrano, e nasce spontaneamente finché non arriva qualcuno a impedirglielo, l’Amministrazione  Comunale di Villapiana insieme alla Forestale hanno  ben pensato di tagliare tronchi di pini vivi e relativo sottobosco per piantare una duplice fila di “Palmizi”.

Ora non abbiamo alcun pregiudizio razziale verso i palmizi, ma opponiamo una ferma ricusa alla miope politica di chi dovrebbe mantenere gli spazi naturali intatti senza contaminazioni culturali improprie.

I palmeti sono tipici delle coste del Pacifico, del versante orientale del Mediterraneo…

L’affermazione opposta alle nostre proteste è stata: “Sono così belle le palme!”.  La qual cosa non si inquadra  né in  un  serio intervento  tecnico di gestione  delle foreste  né tantomeno in un’intelligente programmazione comunale degli spazi verdi.

… Che non ci sia un progetto di aggressione del suolo per l’installazione di un nuovo lido, l’ennesimo senza previsti  sistemi di  incanalamento delle acque  reflue non in mare,  oppure per la costruzione  di qualche  villaggio turistico?

È certo che il tratto di costa ionica che va da Villapiana Lido a Trebisacce presentava una pineta selvaggia, un sottobosco florido di piante officinali e di oleandri spontanei.

12 agosto 1998

incendio pineta

incendio pineta

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Pontile by Melina Rende

Pontile

Pontile

Mari, maremoti, trombe di mare
m’assomiglia molto questo lembo d’acqua
Brunita, color basalto
Azzurra, color di cielo
Alta quand’è tempesta
Bassa quand’è marea

Scava scava nella sabbia a cercar il proprio fine
a me somiglia questo lembo di terra e d’acqua,
specchio della mia angoscia

La guardo dal pontile
mi siedo
mi ci assiepo e mi ghermisce il cuore
m’abbacina
mi riflette
mi attira in ogni ora
Seduto sul pontile di legno consumato
dal lambire dell’onda tua,
come la vita disturbato

Sorrido sornione, sento di averla presa,
mi spiove addosso, gocciole di sperma,
fresco e spumoso
Rincalzo la sua onda e sono a lui addosso
mi strattona, impietoso,
come la vita Posso…
… Sembra dir che Natura è fatta d’acqua e seme,
di sangue e d’umore.
Ora che son qui, lontano dal pontile, so che è la Vita
e Posso.

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L’emozione, l’obiettivo, la dignità

Secret life

Le migliori foto scattate sono quelle in cui sei profondamente “desiderante”,una emozionalità pura per un particolare, per un’atmosfera sognante, per un luogo, una sottile ombra su un profilo, un insieme di colori.
E’ come fare l’amore con ciò che fotografi: trasfondi la tua emozione e la trasferisci nella pellicola che ferma l’immagine, che ti ha regalato quella emozione.

Ogni frammento di vita che ti faccia “ricordare” la tua appartenenza a coloro che “amano ritornare indietro con il pensiero” diventa un fotogramma che “imprigiona” quel frammento, conservandolo per te, ma che, nello stesso tempo, lo “libera” nell’atto, che e’ proprio di una foto, di offrirsi allo sguardo degli altri. Quegli altri che la guarderanno ricavandone altre emozioni, loro proprie, persino opposte a quelle che ti sono appartenute quando hai “afferrato” quella immagine.

Liberare la fotografia significa non usarla come un semplice supporto tecnico” al servizio di”, ma farne un veicolo di emozionalità…

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Migranti: ma qual è la strategia della Francia?

di Eleonora de Vulpillières Pubblicato il 2015/08/20 alle 16:00

http://www.lefigaro.fr/vox/societe/2015/08/20/31003-20150820ARTFIG00185-migrants-mais-quelle-est-la-strategie-de-la-france.php

trad. Melina Rende

Un accordo è stato concluso questo Giovedi 20 agosto tra Inghilterra e Francia sulla questione dei migranti a Calais. Ma per Henri Labayle questa crisi dovrà essere risolta a livello internazionale.

Henri Labayle è Professore Associato di Diritto presso la Facoltà di Bayonne e l’Università di Pau. Dirige il CDRE, laboratorio di ricerca specializzato in affari europei e in particolare in materia di diritti fondamentali, immigrazione e sicurezza interna. E’ un membro della rete Odysseus e direttore del GDR “Diritto di spazio di libertà, sicurezza e giustizia” .

LE FIGARO. – L’accordo firmato Giovedi mattina a Calais, tra Francia e Inghilterra, con l’obiettivo di mettere in sicurezza il sito Eurotunnel, la lotta contro i trafficanti e organizzare aiuti umanitari suggerisce modifiche significative nella quotidianità del trattamento dei migranti a Calais?
Henri LABAYLE. – Probabilmente sì, in termini quotidiani per gli individui, da un punto di vista umanitario. Certamente dal punto di vista della sicurezza, che è l’obiettivo primario dei firmatari e riceve fondi significativi. Silenzio radio tuttavia per ciò che riguarda la prima causa della crisi: l’attrattività di una Gran Bretagna che non si piega alle stesse norme dei partner. Ricordare a costoro che chiedono il ritorno dei confini nazionali che non sono mai spariti e che sono il nocciolo del problema.
L’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite il Venerdì 7 agosto ha chiesto un’azione urgente davanti all’afflusso di rifugiati nell’Unione europea.
L’Europa sta attraversando la più grave crisi in questo settore dalla seconda guerra mondiale. La soluzione sta nel trattamento delle quote dei migranti e dei
richiedenti asilo?
Le cose sono troppo complesse per essere riassunte in una semplice risposta. In primo luogo, dobbiamo ricordare la distinzione tra “migrazioni” e “asilo”. Si può discutere della prima, in nome delle nostre domande, ad esempio in materia di occupazione o di
identità nazionale.

Bisogna farlo a proposito del secondo. L’asilo è un diritto fondamentale sancito dalla nostra Costituzione e in vari impegni internazionali e garantito dai nostri giudici, sia nazionali che europei. Il comportamento vergognoso delle nostre democrazie durante l’ascesa del
nazismo, sia che si tratti della questione ebraica che del destino degli avversari politici del regime di Hitler, spiega che questi impegni datano dal 1946 e dal 1951.

Coloro che cercano protezione oggi non sono candidati a nulla: fuggono da persecuzioni, torture e morte. E’ un dato di fatto. Se la causa della loro partenza forzata, dal regime siriano, dai Talebani o da Daech, non scompare, non esiste una soluzione sostenibile, perché
non c’è modo di tornare indietro.

Questo è detto per sottolineare che, in diritto e in fatto, la situazione in Europa riservata ai siriani o ai cristiani d’Oriente è uno scandalo. Manifestiamo più pietà per i boat people negli anni settanta che indignazione oggi davanti alle immagini dei guardia coste greci che cercano di affondare una nave di profughi …

Il numero di migranti arrivati ??ai confini dell’Unione europea è triplicato nel mese di luglio 2015 rispetto a luglio 2014 (fino a 107.500). Come spiegare tale aumento in un così breve tempo?
Principalmente per la situazione internazionale esistente nel paese di partenza, dal Medio Oriente all’Afghanistan, o nei paesi di transito come la Libia.
In parte per una deformazione delle cose. Si contesta quindi l’afflusso di richiedenti asilo provenienti dai Balcani che chiedono protezione in massa, lontana dall’essere giustificata.

Secondo la cancelliera tedesca, la questione dei migranti nell’UE “occuperà gli europei molto di più di quella della Grecia o della stabilità della moneta unica. “Ha ragione?”

Lei ha assolutamente ragione, comprendendo l’impatto di ciò sulle società nazionali e anche se questo atteggiamento è un po’ tardivo: dobbiamo ricordare che la Germania nei primi anni duemila era più un freno che un acceleratore in questo campo, prima dell’entrata dei
paesi dell’Europa orientale. Tuttavia, la Germania supporta ora la maggior parte della pressione, con soluzioni che potremmo imparare, per esempio in materia di condivisione e distribuzione dei rifugiati sul territorio.

Alcuni stati concedono lo status di rifugiato alla maggior parte dei candidati, mentre altri lo danno a una percentuale inferiore dell’1%.
Con tale livello di scarto, è possibile un’armonizzazione europea?

Non è questo il tema di oggi, anche se esso è reale, per esempio, quando si vede la severità francese e l’apertura di alcuni Paesi del Nord Europa, nei confronti di popolazioni che necessitano chiaramente di protezione. Nessuno mette in dubbio la situazione in Siria, Afghanistan e in Eritrea e i grandi discorsi francesi restano discorsi ben vuoti: un candidato su tre viene accettato e si valuta la proporzione di richiedenti in Francia intorno a 1 per mille (contro 2,5 in RFA e più di 8 in Svezia).

“Abbiamo bisogno di una politica comune europea in materia di asilo”, ha detto la cancelliera Merkel.
Questo è in realtà possibile e come? Che cosa ha cambiato la decina di direttive europee e regolamenti pubblicati su questo argomento a partire dal 2011?

Questa “politica comune” figura nei trattati dal 1997.
Il ravvicinamento delle legislazioni, che ha avuto luogo è stato essenziale, ma non è stato dimensionato per una crisi di tale gravità e ha favorito dei regimi derogatori, come quello del Regno Unito. Il tutto complicato dall’allargamento dell’Unione.

Questa “politica comune” è inclusa nei trattati dal 1997 …

Vedo due spiegazioni principali per le sue carenze: in primo luogo il fatto che gli Stati hanno mal valutato l’importanza degli sviluppi in corso. Il ravvicinamento delle legislazioni che ha avuto luogo era necessario e spesso di buona qualità sia per quanto riguarda le procedure, l’ammissibilità dei candidati o delle loro condizioni di accoglienza. Non è stato dimensionato per intanto per una crisi di tale gravità e ha promosso, inoltre, disposizioni eccezionali come quelle di cui si è avvalso il Regno Unito.

Il tutto complicato dall’allargamento dell’Unione: esaminando la posizione di alcuni Stati membri dell’Unione orientale, ci si può interrogare sulla condivisione dei nostri valori: gli slovacchi pretendono oggi di accettare solo alcuni “cristiani”!
La seconda spiegazione attiene all’irresponsabilità degli Stati membri in questi settori, che si tratti di politica estera (chi si trova in Mali con noi?) o dell’aiuto allo sviluppo. Tale irresponsabilità spiega gran parte della nostra impotenza. Asilo e immigrazione
sono soprattutto questioni internazionali da gestire con i paesi di origine, di transito e di ritorno.

Se si aggiunge la mancanza di controllo e di sanzioni degli Stati che non giocano un gioco corretto, dalla Grecia all’Ungheria, all’Italia, si capisce l’attuale impasse. E ancora, esiste una politica francese in termini europei, non avendo un ministro così determinante?

migranti lungo i binari a Calais

migranti lungo i binari a Calais

https://melinarende.wordpress.com/2015/08/21/migranti-ma-qual-e-la-strategia-della-francia/

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L’avvio della sequenza di incontri sul “clima” di Hollande inquinato dalla “crescita”

di Tristan Vey,  Inviato speciale in Isère e Savoia – Aggiornato 2015/08/20 Pubblicato 2015/08/20

http://www.lefigaro.fr/politique/2015/08/20/01002-20150820ARTFIG00159-le-demarrage-de-la-sequence-climat-de-hollande-pollue-par-la-croissance.php

trad. Melina Rende

Il presidente era in visita di ritorno a Isère e in Savoia, sul tema della transizione energetica, e le sue osservazioni su un possibile taglio delle tasse hanno deviato l’attenzione sul tema in agenda.
Francois Hollande ha iniziato la sua rimonta politica,muovendosi tra Isère e Savoia “sul tema della transizione energetica e la crescita verde”.
Si tratta del calcio d’inizio di una lunga sequenza in materia di politica climatica, progettato per preparare la Cop 21, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà quest’anno a Parigi dal 30 novembre all’11 Dicembre 2015 e di cui il presidente ha fatto una delle priorità del suo attuale mandato.

Quest’appuntamento giunge due giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’emblematica legge sulla transizione energetica, presentata dal ministro dell’Ecologia, Ségolène Royal, che accompagnava il presidente.

I dati di crescita negativa per il secondo trimestre, rivelati la scorsa settimana, hanno tuttavia disturbato l’agenda di Hollande.

La qual cosa è stata evidenziata da un cambiamento dell’ultimo minuto nel nome del titolo dell’incontro, dove il termine “crescita verde” è stato sostituito in segreto da “economia verde” …

In una lunga intervista pubblicata, questo Giovedi, sul quotidiano del gruppo di stampa regionale Ebra (cui appartiene Le Dauphiné libéré), solo le proposte sui tagli fiscali “se la crescita è in aumento nel 2016”, hanno avuto attenzione.

Al suo arrivo di Giovedi mattina presso “Air Liquide Advanced Technologies”, a Sassenage, prima tappa della giornata, il presidente si è visto costretto a tornare su questa affermazione, distogliendo l’attenzione dei media dall’ottica eminentemente ambientale del viaggio.

Ha affermato che verranno abbassate le tasse “qualunque cosa accada” nel 2016, pur sottolineando che bisognerà attendere i dati di crescita “per fissare l’ampiezza”.

Ha inoltre sottolineato che le cifre del primo trimestre (+ 0,7%) e del secondo (crescita zero) gli permettevano di “dire con chiarezza” che la crescita sarebbe stata almeno dell’1% nel 2015.

“Certamente per avere creazione sufficiente di posti di lavoro, sarebbe necessaria una crescita pari o superiore all’1,5%, così da ridurre la disoccupazione in modo sostenibile” – ha riconosciuto, prendendo tale suggerimento come la soglia di un obiettivo per il 2016.

“La riduzione delle imposte è anche un modo per raggiungere una maggiore crescita”, ha detto poi. “Perché se c’è più consumo, più fiducia, ci sarà una maggiore crescita.” Ha anche rifiutato l’idea di una nuova tassa ambientale. “Abbiamo abbandonato l’ecotax. Avete visto le proteste che essa potrebbe provocare e le incomprensioni. Non la reintrodurremo con altri mezzi. Ad un certo punto, dobbiamo essere chiari. (…) Non possiamo inventare una disposizione fiscale che confonda il messaggio. Le regioni che nasceranno dopo le elezioni prenderanno decisioni, ma non sta allo Stato decidere in materia.”

Hollande a Isère e Savoie

Hollande a Isère e Savoie

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COP21: La mancanza di un accordo “sarebbe un disastro” (Hollande)

http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2015/08/20/97001-20150820FILWWW00150-cop21-l-absence-d-accord-serait-une-catastrophe.php

traduzione Melina Rende
da The Figaro.fr con AFP aggiornato 2015/08/20 alle 14:55

Il Capo dello Stato ha chiesto di “accompagnare finanziariamente” i vulnerabili paesi emergenti per conferire un possibile e utile successo alla conferenza internazionale prevista per fine novembre a Parigi.

La mancanza di un accordo sui cambiamenti climatici in occasione della conferenza internazionale prevista per fine novembre a Parigi “sarebbe un disastro”, ha avvertito il presidente Francois Hollande, chiedendo “sostegno finanziario” ai paesi emergenti.

“Se non lo facessimo, ciò sarebbe un disastro; la sfida è quella di essere in grado di offrire soluzioni ai molti paesi che si impegneranno nelle transizioni energetiche, “, ha rimarcato Francois Hollande.

Il capo di Stato era in visita al National Institute Solar Energy a Le Bourget-du-Lac (Savoia), per discutere con gli industriali dei problemi del riscaldamento globale.

“Se c’è un accordo sul clima, non sarà semplicemente un accordo sulle regole, sui meccanismi, sarà anche un accordo sui finanziamenti, giustamente richiesti da molti paesi emergenti per compiere la loro transizione energetica”, ha detto il presidente francese.

Questa “chiamata alle armi” di Francois Hollande arriva a pochi giorni da una nuova sessione di negoziati sul clima che si terrà a Bonn ai primi di settembre.

Hollande, durante il suo mandato quinquennale. ha fatto della lotta contro il riscaldamento globale una delle sue priorità cogenti.

La 21.a conferenza delle Nazioni Unite sulla lotta contro il riscaldamento globale si terrà a Parigi dal 30 Novembre all’11 Dicembre 2015.

Dopo il fallimento di Copenaghen nel 2009 e l’accordo a mezzi toni di Lima nel 2014, la Francia spera, nel mese di dicembre, di portare a conclusione un accordo universale vincolante per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2°C.

Hollande est vert

Hollande est vert

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Che il mio dio non debba esser migliore del tuo!

di Melina Rende

Provate a pensare alla crociata di Goffredo di Buglione, in Terra Santa, e poi anche all’abiura cui fu costretto Galileo Galilei, da Santa Romana Chiesa. I due fatti mi servono soltanto per snocciolarvi una serie di riflessioni nei dintorni degli “assolutismi” religiosi e/o scientifici.

Riuscite ad immaginare quanto è costata l’affermazione del primato cattolico nelle terre dei Senza Dio e quanta violenza abbia agito la longa mano della chiesa cattolica per raccogliere audience.

In ogni viaggio di conquista prima venivano i guerrieri. Seguivano poi gli uomini di fede con tanto di croci. L’immagine di un Dio giustiziere con il dito indice puntato compare e scompare lungo i secoli dei due millenni cui manca poco per spirare.

Scienza e religione derivano la loro provenienza da una matrice comune, la sfera mistico/ magica. L’una per scoprirne i segreti e renderli sperimentabili; l’altra per credere in quei segreti, ritenendoli insondabili. Il sangue e i suoi rituali attengono alla fisicità e alla sacralità dell’essere umano. I Santi sono l’esperimento ultimo di transumanazione: ciò che il fiato divino riesce ad insufflare in una corporeità umana.

Le opinioni scientifiche e quelle religiose cozzano costantemente, in materia di fede. Un punto è incontrovertibile a qualsiasi attacco: il mondo visibile e quello invisibile a noi esistono entrambi. Hanno pari dignità.
Importante è che i dogmi scientifici o religiosi non diventino mezzi attraverso cui imporre Assoluti.

Se i napoletani e altri tre quarti della popolazione italiana credono nel miracolo di San Gennaro ed altri tre quarti della restante popolazione credono nell’Avvento di Geova e altri tre quarti ancora credono nell’Energia Cosmica e altri tre quarti credono nella felicità di Buddha, ciò può dare un senso alla vita di ciascuno, purché non si abbia l’intemperanza e la presunzione di Pensare che il proprio Credo sia il Migliore e che gli altri non abbiano dignità di essere.

Qui gira la questione essenziale. Che Alcuno si arroghi il diritto di avere un Dio migliore degli Altri.

2 LUGLIO 99

antica madre

antica madre

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Non solo le stelle stanno a guardare …..

Film: “Ipotesi di complotto”.

ipotesi complotto

ipotesi complotto

C’è un Mel Gibson assai gustoso nei panni di Jerry, un taxi driver più sbiellato che mai. Nella caotica New York, parla ai suoi clienti di continui controlli perpetrati ai danni di ciascun libero cittadino: “Piccoli elicotteri neri sorvolano continuamente la città di notte, si sente il rumore e si vedono le luci intermittenti”.

Il controllo da parte del “Grande Fratello” è un tema accarezzato nella cinematografia americana, ma la realtà supera sempre la fantasia. Ultimamente, seccamente smentito da Bill Gates, un esperto informatico canadese denuncia la presenza, nel software Windows della Microsoft, di un componente che permetterebbe alla NSA (National Security Agency) americana di spiare il contenuto dei Pc.

Ancora una: c’è “il sistema Echelon”. Dal tardo latino “scala” a “gruppo di unità singole non allineate”. Scrive il rapporto “Stoa”, del Parlamento europeo: “Echelon fa parte del sistema congiunto di intelligence angloamericano, ma diversamente dalla guerra fredda, Echelon punta essenzialmente a obiettivi non militari: attività governative, di organizzazioni e di imprese in praticamente tutti i paesi europei e non europei”.

Le mail elettroniche, i fax, i telex, le conversazioni telefoniche, tutto, insomma, viene intercettato da “Echelon”. Cinque le basi segrete, le “Signal Intelligence”, che provvedono ad intercettare: la base britannica di Morwenstow in Cornovaglia è puntata sui satelliti dell’Atlantico, dell’Europa e dell’Oceano indiano; la base americana di Sugar Grove, in Virginia, intercetta quelli del Nord e Sud America; la base Usa di Yakima, nello stato di Washington, punta sul Pacifico; la base neozelandese di Waihopai ancora sul Pacifico; la base australiana di Gerldton intercetta i satelliti dell’Oceano indiano.

Una seconda rete di intercettazioni è costituita dalle basi che captano le comunicazioni che transitano su altri satelliti (tra cui quelli russi): Menwith Hill in Inghilterra, Shoal Bay in Australia, Leitrim in Canada, Bad Aibling in Germania, Misawa in Giappone e la segretissima Pine Gap in Australia.

Ma è poi così facile decifrare i codici crittografici? Certamente una crittografia difficile da violare renderebbe più complessa l’attività d’intercettazione.

E allora, mamma America, impedisce, con una rigida politica di divieti di esportazione della “crittografia forte”, la diffusione su larga scala di strumenti crittografici …. E il gioco è fatto..
Andrea Monti, avvocato, esperto di diritto delle tecnologie, autore di un testo su “Echelon”, sottolinea la necessità di intervenire sulla <> e, parimenti afferma che <>.

E la Privacy, quel diritto che, dopo secoli, è stato affermato anche legislativamente?
In effetti, forse, Monti ha ragione quando afferma che sarebbe abbastanza ridicolo pensare di poter bussare alla porta del dipartimento della Difesa americana e chiedere loro di evitare di intromettersi nella vita privata di 56 milioni di italiani!

Gli “analisti della sicurezza”, ogni mattina, entrano nel database dei loro potentissimi computer, in cui, attraverso una serie di parole chiave, un sofisticato sistema di intelligenza artificiale va a cercare i messaggi interessanti.

Ecco un elenco di parole chiave: Bugs Bunny, Verisign, Secure, ASIO, Lebed, ICE, Lexis-Nexis, FLIR, JIC, bce, Lacrosse, Flashbangs, IRA, DIA, BOP, BMDO, site, SASSTIXS, SABENA, SHAPE, bird dog, HALO, SAS, Lander, GSM, T Branch, HAHO, benelux, SAS, Forte, AT, Exon Shell.

Che ne dite di dare una mano agli analisti della NSA? Sotto, dunque, con le mail. E non dimenticate di comporre una delle paroline indicate. Se, però poi, vi trovate al centro di un “complotto”, beh! non vi resterà che spiegare al “Grande Fratello” che si è trattato di uno scherzo!

18 settembre 1999

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Oh tempora! Oh mores!

di Melina Rende

tempora, mores

tempora, mores

Ve lo ricordate il posteggiatore delle coppiette in macchina di “Così parlò Bellavista”? Riforniva di giornali gli amanti al fine di tappezzare i vetri dell’automob

ile, prima di concedersi un meritato tempo di riposo, si fa per dire!, tra le braccia dell’amato bene.

Una sentenza della Corte di Cassazione dell’aprile del ’99 ha decretato che <<fare l’amore in macchina, sulla strada e senza veli (leggi: giornali ai vetri!) ad impedire la vista dall’esterno, individua il “reato penale di atto osceno in luogo pubblico”.>>.

I Giudici dell’Alta Corte osservano, infatti, che, pur essendo cambiato il comune senso del pudore, ciò non tolga che un amplesso, <<certamente non osceno in un ambiente riservato, lo diventa se è esibito sulla pubblica via>>.

Ed ora ve ne cito un’altra di sentenza, sempre della Corte di Cassazione, anch’essa dell’aprile ’99.

Questa decreta che non è imputabile di reato chi (adulto) mostri riviste e cassette pornografiche a minorenni. Neppure se si tratta di bambini di dodici o tredici anni e chi gliele mostra è un uomo di sessanta anni con precedenti per reati di corruzione di minorenni.

La III^ sezione penale dell’esimia Corte ha, infatti, annullato senza rinvio la condanna di un uomo ad un anno di reclusione, inflitta dal Pretore di Merano in primo grado e confermata in appello dalla Corte di Trento, per il reato di tentata corruzione di persone minori di anni sedici.

Il ragionamento della Suprema Corte afferma che non c’è illecito, né tentata corruzione di minorenne nel mostrare loro materiale pornografico, perché il comportamento in questione non può essere considerato un “atto sessuale”, il quale, come da manuale, deve necessariamente “concretizzarsi in un’attività fisica che coinvolga in qualche modo direttamente gli organi sessuali, maschili o femminili”.

Ne deduciamo, per primo, che un atto sessuale deve coinvolgere gli organi sessuali; per secondo, che, quando li coinvolge in macchina e sulla pubblica piazza diventa, sia pur in presenza di due adulti consenzienti, un “atto osceno in luogo pubblico”, ossia reato penale.

Per terzo, dunque, saremmo forse invitati a dedurre che, quando l’adulto si “limiti” a sbandierare, sotto gli occhi di un minore (consenziente, si può dire, di un minore?), foto hard, senza “coinvolgimento” dei suddetti organi, il fatto non diventi né osceno, né disturbante, ma sia solo una quisquilia, una pinzillacchera?!

18 settembre 1999

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L’emozione, l’obiettivo, la dignità

Le migliori foto scattate sono quelle in cui sei profondamente “desiderante”,una emozionalità pura per un particolare, per un’atmosfera sognante, per un luogo, una sottile ombra su un profilo, un insieme di colori.
E’ come fare l’amore con ciò che fotografi: trasfondi la tua emozione e la trasferisci nella pellicola che ferma l’immagine, che ti ha regalato quella emozione.

Ogni frammento di vita che ti faccia “ricordare” la tua appartenenza a coloro che “amano ritornare indietro con il pensiero” diventa un fotogramma che “imprigiona” quel frammento, conservandolo per te, ma che, nello stesso tempo, lo “libera” nell’atto, che e’ proprio di una foto, di offrirsi allo sguardo degli altri. Quegli altri che la guarderanno ricavandone altre emozioni, loro proprie, persino opposte a quelle che ti sono appartenute quando hai “afferrato” quella immagine.

Liberare la fotografia significa non usarla come un semplice supporto tecnico” al servizio di”, ma farne un veicolo di emozionalità che ricostruisca memoria.
Una foto non può spiegare “mostrando obiettivamente”. L’immagine che si
fissa sulle pellicola mostra soltanto ciò che appare a chi la guarda. E ciascuno elabora tale immagine servendosi del filtro dei propri ricordi e gusti.

Gli eccessi di tecnicismo nell’arte della fotografia spesso fanno il paio con le smanie pedagogiche di coloro che rimpiazzano le emozioni, che non riescono a provare, con le certezze rassicuranti.
Provocare il sentimento della sorpresa in chi guarda, come nell’aprire una scatola di vecchie foto che ritraggono volti di cui ci si chieda chi siano e se siano ancora vivi: questa e’ l’immagine fotografica da corteggiare, cui avvicinarsi ogni volta.
L’immagine silenziosa, quasi avara di informazioni, eppure comunicante con lo sguardo di chi vi si posa, poiché (Jeanloup Sieff, 1986).
Abbracciando l’azzardo della sperimentazione sul campo abbiamo voluto percorrere, con lo obiettivo, l’intero processo di una festa carnascialesca, per cogliere l’ideatività dei singoli impegnata nella “ri-creazione collettiva” del significato della festa stessa.
Ci sono tre soggetti, tre sguardi e tre emozioni, quella di chi viene fotografato, l’emozione di chi fotografa e quella di chi guarda l’immagine fotografata.
Questa comunicazione emozionale ha circolato nella comunità di Castrovillari che, dopo 38 anni, ha avuto in regalo la nostra attenzione partecipe alla “fatica” dei 6/ 7 mesi preparatori del “loro” Carnevale.

Il circuito di emozioni era palpabile e visibile nelle lacrime di gioia di alcune donne, che assistevano alla presentazione del prodotto finito.
I sentimenti erano li’ a far da collante tra uomini e donne, accorciando barriere sociali, riavvicinando il sapore del condividere spazi di comunicazione, facendo affiorare alla memoria degli adulti la positività del “vicinato” e risvegliando nei giovani della comunità un diverso piacere del fare gruppo.

E’ stata sempre l’emozione del risultato, incarnato in una “maschera di pane”, a coagulare l’umiltà di una materia prima, la pasta di pane fatta con farina ed acqua, con l’antica esperienza di un artigiano fornaio del luogo.

La “semplicità del gesto” del mescolare farina con acqua è diventata un oggetto artistico, una maschera, brunita dal calore del fuoco, sottoposta a cottura graduale in un forno a legna.
E proprio la “maschera di pane” e’ diventato il premio del IV^ concorso fotografico “Una città, un carnevale”, nell’ambito del Carnevale del Pollino. E sara’ questa stessa maschera che, stampata in forma di cartolina, promozionerà il Carnevale del 1997.
Il contributo tecnico degli artigiani del tornio ha fatto nascere le strutture del disco volante e del baldacchino del sultano o ancora della Sfinge.
Ma l’obiettivo fotografico ha scavato più in profondità, fermando la perizia della progettazione dei carri e delle maschere, nelle immagini di una vigilessa con squadra e compasso, il cui lavoro quotidiano, di certo, non le mai richiesto finora conoscenze tecniche di prospettiva.

Eppure ciascuno ha attivato l’immaginazione e le capacita’ creative personali per escogitare, per esempio, capelli finti con dell’ovatta trattata in modo da mantenere i riccioli.
E’ stata ancora l’emozione a rendere propositiva la bonaria competizione tra gruppi familiari, vicini di casa, ciascuno all’oscuro del lavoro dell’altro.
Non altro che il piacere di fare un oggetto, rifinito nei particolari, ha spinto, soprattutto le donne, ad organizzare i ritagli del proprio tempo libero con i doveri quotidiani, in stanze sommerse di stoffe e di bambini.

Queste emozioni frammentate sono presenti in tutti i fotogrammi, con in più la coscienza dell’essere protagonisti “importanti” di un risultato unitario, gratificato dall’essere reso visibile durante la sfilata dei carri.
L’obiettivo ha inseguito il dipanarsi dei fili delle memorie personali (per i soggetti che nelle foto si riconosceranno), frammisti a matasse di paglia, ritagli di stoffa, pezzi di broccati, utensili umilmente quotidiani, punture di ago sulla punta di dita intente a dare l’ultimo tocco al merletto della sottana dell’Imperatrice dei Tarocchi.

Ha inseguito tutto ciò all’interno di “salotti buoni” trasformati in laboratori; su un pianoforte diventato tavolo di lavoro, ricolmo di maschere ad asciugare; in cantine di rarefatti profumi di salumi appesi; vicino ad un camino popolato di figli e madri e padri, tutti attorno ad un progetto che attribuisse alla famiglia il sapore dell’originalità da ostentare quasi e più di un blasone distintivo.

Il detto dice: Semel in anno licet insanire.
La trasformazione ottenuta attraverso una maschera “porta in scena” quello che e’ dietro la maschera. La maschera carnevalesca nasconde ciò che siamo socialmente e rivela ciò che siamo individualmente. L’attenzione, attraverso l’immagine fotografica, posta sul “viaggio” verso il carnevale ha incontrato gli individui con e senza maschera, nelle loro umane emozioni.

E’ necessario continuare il mestiere della fotografia come è necessario sostenere queste iniziative di artigianato popolare, che ottengono risultati visibilmente strabilianti. I progetti stentano a decollare. Essi funzionano fino a meta’ strada, l’altra metà, per arrivare alla realizzazione, è la conoscenza e lo sviluppo delle piccole e più piccole realtà dei nostri paesi e paesini, città e campagne, poiché è dalle zone povere che proviene, in maniera singolare, la richiesta di una maggiore qualità che va a frantumarsi contro i muri di gomma dell’insensibilità istituzionale.

L’adesione collettiva ai progetti esiste quando in questi i singoli avvertono l’amalgama del senso delle proprie radici. Non e’ dunque vero che c’è immobilità nelle persone, basta motivarle e fornire un sostegno finanziario.
Quello che manca è la dignità politica delle istituzioni nel concretizzare una specificità culturale, propria della gente calabrese.

Proprio per questo l’occhio del nostro obiettivo continuerà a scavare nell’anima dell’oralità che ha trasformato l’esperienza umana della nostra gente in “oggetti”, in manufatti, spalancando le porte allo “sguardo” di chi ancora non ci conosce e che sugli oggetti si poserà, per intrecciare nuove idee ad antichi gesti.

Il viaggio, allora, non finisce qui. In occasione della settimana dei festeggiamenti del Beato Umile il paese di Bisignano (CS) si trasformerà in una fucina di attività sacre e profane. Nella settimana dal 17 al 25 agosto 1996 il nostro gruppo di lavoro sara’ presente nelle “Serate Estive cultura, tradizione, spettacolo”, organizzando un concorso fotografico per giovani ed adulti, che vedrà una duplice Sezione Colore/ Bianco e Nero, dal titolo “Gente, magnifica gente nelle serate estive di Bisignano” (regolamento in fase di stampa).
Anche questa è una tappa che vuole rompere l’incomunicazione e l’obiettivo fotografico si farà materia viva per “entrare in un ennesimo spazio di vivibilità collettivo”, valorizzandolo.

https://melinarende.wordpress.com/2015/08/19/lemozione-lobiettivo-la-dignita/

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Nemo propheta in patria

Vi siete mai chiesti perché sia così difficile sfondare nel proprio luogo di origine. Eva C. mi ha fornito una possibile risposta. La nostra piccola città ha tutti i peccati delle città di provincia, compreso quello di non credere in se stessa e nel potenziale umano delle persone che la abitano.

Se a questa sfiducia di fondo si aggiunge un fattore emotivo quale quello di ritenere <in> tutto ciò che viene da fuori, facendolo accettare come buono, soltanto perché è <esotico>, la frittata è fatta.
Però, in modo intelligente, ci si può inserire trasversalmente proprio in questa smagliatura e fare diventare <in> un prodotto locale. E’ una maniera di fare entrare dalla finestra quello a cui non è riconosciuto un ingresso principale: siamo affascinati dall’esotico, perché ci fornisce la possibilità di prendere le distanze da esso, di scandalizzarcene e purtuttavia di meglio tollerarlo.
Perché? Soltanto perché ci offre l’opportunità di mostrare il nostro profilo di <civili illuminati>. Siamo portati geneticamente a non apprezzare quello che ci è più vicino. Forse perché parlerebbe troppo dei nostri stessi difetti, diventando, dunque, rischiosamente criticabile.

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“Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni” (J.W.Goethe)

<Se una notte d’inverno un viaggiatore ..> si ritrovasse nelle sperdute contrade calabresi, in un tempo lontano dal secolo contemporaneo, sarebbe  indotto, più  d’una volta, a  chiedersi:<<Quale storia laggiù attende la fine?>>.

Leggendo i manoscritti  di un Gissing, di un  Douglas, dei fratelli De Fouchier o di un Jules Destrèe e, per non dimenticare, di un Astolphe de Custine, la sensazione  che se ne ricava è quella  di uno sguardo che va oltre le esperienze concretamente proprie del viaggio storico, reale, condotto a Sud di Napoli.

Il detto  “Vedi Napoli  e poi muori” sembrava riferirsi non tanto allo stupore catatonico che avrebbe afferrato il  viaggiatore di fronte alle  bellezze della  città borbonica, ma, piuttosto malevolmente, si profilava come  un avvertimento  sinistro per  gli incauti  che avessero voluto di-scendere al di sotto di Napoli,  quasi come se il Sud fosse il varco della soglia di un ammorbante Ade.

Gissing in “By the Ionian Sea afferma:<<se  dovessi ascoltare i  padroni di casa (napoletani), per cui  un viaggio in Calabria equivale a un viaggio al Marocco… dove la gente parla un barbaro dialetto….. la cui regione‚ in gran parte  malsana, abbandonerei del tutto il progetto o partirei con sinistri presagi>>.

Ciononostante quale era la motivazione forte che spingeva Gissing ed altri viaggiatori stranieri, europei e non, a questa discesa nella terra dei tremuoti, della malaria e dei briganti?!

Particolarmente profetico per costoro sarebbe risultato l’insegnamento di Lao Tzu (filosofo taoista del 6^  sec. a. c.), secondo cui <un  viaggio di mille miglia  inizia al di sotto  dei propri piedi>,  proprio perché un viaggio nel  sito calabro si rivelava concretamente da “calpestare”; serpeggiante come  gli impossibili  tracciati “a piedi”; assai periglioso, spesso  frustrante,  improvvisamente  esaltante e mozzafiato di fronte ad un  <cielo capovolto>; velenosamente malfido per le febbri malariche che prostravano il fisico, dando un sonno di morte.

Chiedersi quale fosse la storia che attendeva <laggiù> la fine è diventata la traccia, per me, per percorrere un viaggio nei dintorni del viaggiatore straniero che ha scelto il  viaggio nel Sud calabro, come se esso ricoprisse la valenza di un viaggio mitico.

La  qual cosa,  soprattutto  per i  viaggiatori  del ‘600 / ‘700,  ha significato recuperare frammenti di un mito in un mondo in cui gli dei e gli eroi  si erano ormai  ritirati da tempo ex rebus hominis:  e dunque l’esperienza  risultava un  falso  sovrapporre antiche  vestigia su  una realtà in cui gli individui diventavano marginali figure.

Non è questa  l’accezione di mitico che muoverà i miei passi sulle tracce  dei   viaggiatori,  ma   rincorrerà  il  viaggio   mitico  posto all’interno di una memoria che si  proietta, quel pezzetto di storia di sè che  si incastra in  una temporalità già esistente,  amalgamandosi ad essa,  per certi  versi,  e  tradendola, per  certi  altri,  al fine  di recuperare la propria originale finitudine umana.

Il viaggio  mitico, per  dirla con  Meligrana – Satriani, è,  in tale prospettiva, <il luogo  di fondazione della metafora>;  esso diventa <il paradigma di ogni passaggio….. la trasformazione di status>.

C’è‚ una  motivazione interna,  che proviene dalla  dimensione della   memoria individuale, che  soggiace ad ogni viaggio storico  e che cerca,    in esso, un completamento, ecco perché ci si chiede <quale storia laggiù    attende la fine ?>.

Scendere a Sud di Napoli, provare a sfogliare (come i veli di una cipolla!), gli strati  “archeologici” di quei luoghi a Sud  di Napoli (o di un  qualsiasi Sud del mondo,  per chi, come noi,  è posto all’interno della  trama  di  un  villaggio  globale,  come  in  un  labirinto)  può significare procedere ad un’operazione archeo – epistemologica, in cui non è il reperto  ritrovato che interessa  di per sè,  ma ciò che  importa è  l’intero processo di “scavo“, che serve a riportare alla luce insieme al reperto, oggetto di conoscenza,  anche   il  soggetto che  compie l’operazione “archeologica”.

La figura  del viaggiatore, e  quella del viaggiatore  di un’Europa  posta al di là del nostro  tempo attuale, realizza in maniera sincretica ciò che lo <sguardo,  la  visione>  del  sogno adombra  e,  parimenti, disvela.

La  metafora del  viaggio si  apparenta col  sogno nel  rompere gli schemi diuturni  del quotidiano e un  viaggio nella Calabria del  ‘600 e del ‘700 dipinge  vividamente tale “Krisis“.  Di fatto  i suoi tracciati geografici “non  tracciati” si offrono  al viaggiatore come  quelle zone oniriche  umbratili e,  nel contempo,  come chiave  per entrarvi.   Tali luoghi  si  dischiudono  o  si richiudono  di  fronte  alla  sensibilità <disarmata> o <armata> del viaggiatore (e qui la corazza culturale gioca tutte le sue carte !), entrando a far parte della sua esistenza come una nuova consapevolezza o rimanendone fuori in maniera inesorabile.

Sono più d’uno i  nodi del sogno e molteplici sono  gli snodi di un    viaggio.   L’itinerario  di  un  viaggio  si  sviluppa  lungo  un  tempo    circolare: è come  se da una zona chiara, conosciuta,  si vada verso una    zona  d’ombra, sconosciuta,  caotica, per  ritornarne rigenerati  oppure    bloccati nel proprio mondo, convinti che sia il migliore possibile.

Ogni  viaggio mette  a  nudo i  propri  paesaggi interiori,  quelli costruiti dai “luoghi” della  memoria individuale, rifiorenti dall’alveo immaginativo e  solleticati, ad ogni  piè sospinto, dal contatto  con la varietà dei <mondi> esistenti, vicini  o lontani, disponendo l’anima del viaggiatore allo stupore,    all’immaginazione  e  alla  libertà, all’incontro, magari  sgretolando in lui  la convinzione che la propria <cittadella> culturale sia il mondo migliore possibile.

Orbene  il  viaggiatore  straniero in  terra di Calabria  si  è smarrito più  volte di fronte  a ciò che  natura ed umanità,  sperdute e inerpicate  in  luoghi  quasi  impossibili,  hanno offerto alla serie completa dei suoi cinque sensi!

Uomini, donne,  case, muri,  terre, paludi, fiumi,  cascate, reali, eppure così sfuggenti,  poiché posti <al di fuori> del  sistema di senso comune che gli era  proprio, <al  di là> del  suo sistema  culturale di  riferimento.

E, dunque,  come a tutto ciò  che è non conosciuto, ci  affanniamo a dare  un nome/senso per padroneggiare l’estraneità che  ci atterrisce, anche i viaggiatori, anzi, soprattutto  i viaggiatori europei dei secoli precedenti l’Ottocento e il Novecento, diretti in Calabria – sconosciuta terra,  senza mappa,  ma disseminata  di consigli  “maldicenti”, che  la  negavano come meta -, coniarono per  questo sito il carezzevole topos di Terra  di  Sogno, che  equivaleva  alla  Terra dell’Impossibile,  e  tal notazione folclorica  permeò tutta  la tradizione  del Grand  Tour, fino alle soglie  dell’800.

Come Teseo  o come  il viaggiatore di  una notte d’inverno, nel racconto di Italo  Calvino, il nostro viaggiatore europeo dovrà affrontare un  tracciato labirintico miope, senza  mappa, con <<il demonio che  cerca di  afferrarlo da  dietro e la  morte che  lo attende all’altro estremo>>.  Le sue uniche  armi saranno l’astuzia, per evitare i “culs de sac” (soprattutto mentali!) e, aggiungiamo, una buona dose di sana curiosità desiderante per proseguire il viaggio.

L’alone  di  astoricità di  questa  nostra  plaga  era  alimentata altresì dal desiderio di un regressus ad uterum, come a dire, un ritorno alla fusione con la Magna Madre Grecia.

Direte,  troppa  mitologia aveva  dato alla  testa agli  stranieri   viaggiatori?!

No, più semplicemente, forse,  ognuno di loro respirava un’esigenza    profondamente umana, quella  di ritornare ad un punto  d’origine, puro e    risplendente in cui ritrovare la bellezza senza macchia alcuna.

Molteplici  sono  i  percorsi  cui   tende  la  ricerca  umana  per conoscere  le  origini individuali  e  collettive ed ognuno  di  questi disegna un viaggio diverso, protesi all’indietro verso un passato aureo;  proiettati in avanti verso le plenitudini ultime.

La metafora del viaggio, in quel tempo turbolento, con certezze che non erano  più tali, accostava il primo tracciato di viaggio come una necessità.  Ognuno  di questi  viaggiatori, forte del  proprio bagaglio,dei propri valletti,  delle  proprie  abitudini (il  thè  inglese o  il pudding) andava a cercare la conferma delle teorizzazioni sulle origini, ormai traballanti in casa propria, nella terra dell’Impossibile, là dove ingannava se stesso per averle ritrovate nel profilo da dio greco di uno stracciato contadino calabrese o  nell’illusione ottica di una decantata (in  altri tempi!)  limpidezza della  Fonte Arethusa,  ricolma ormai  di acqua stagnante.

Un  gioco   illusorio  che   chiudeva  il  viaggio   affrontato  in resoconti compiacenti  il gusto di  un pubblico che, sordo,  non avrebbe ascoltato controcanto alcuno.

Un viaggio  alfine   che  avrebbe   potuto   essere inventato,   rimanendosene seduti al proprio scrittoio, senza fatica.

Un viaggio  che ci  si poteva  risparmiare?!  Ma  non tutti  i mali vennero  per nuocere,  poiché  proprio quella  prospettiva fascinosa  di  ritrovare il  tempo senza tempo  e lo  spazio senza spazio  invogliò ben altri viaggiatori stranieri e,  costoro, sembravano proprio essere fatti di diversa pasta.

Tra  chi cercava  vecchi ruderi  e vestigia  di un  mondo pagano  o  feudale  e chi  guardava  soltanto scorci  paesaggistici, chiudendo  gli occhi sulla miseria delle contrade  calabresi – e, facendola derivare da una  grossolana questione  connaturata al  carattere “indifferente”  dei calabresi,  mostrava sensibilità pari a quella dei  conquistatori dei  mondi del “buon selvaggio” -, apparvero altri  viaggiatori ai quali non sfuggi’ la concretezza storica del Sud, il suo non essere un luogo – non luogo, ossia uno spazio  senza legami con il  resto del mondo.

Si  passò dal viaggio residuale,  interessato  al  reperto, del  viaggiatore  seicentesco,  al viaggio sentimentale del viaggiatore romantico, per approdare al viaggio scoperta di  un Sud  <<vero e  vivo, nel  suo dolore  e nella  sua tetra desolazione>>,  che  si  delinea  nei resoconti  dei  viaggiatori  dalla seconda metà dell’800 fino a qualche decennio prima dell’epoca fascista.

Dalle  relazioni  di   siffatti  viaggiatori  <<gradualmente  verrà  fissandosi l’immagine di un  Mezzogiorno soltanto in apparenza immobile, ma in  realtà… ben  vivo.. di  una vita mossa  sulla trama  fittissima di ribellioni  impotenti  e di  altrettanto  impotenti  proteste; lotte di comunità contro singoli, dei singoli  contro le università e i conventi, di cafoni  contro galantuomini,  di  braccianti  contro massari,  della borghesia  nascente contro  i signori  in agonia,  delle plebi  contro i giacobini,  dei liberali  contro  i reazionari,  dei  briganti contro i  liberali e  di tutti contro uno  stato di volta in volta indifferente o nemico, duro e opprimente, accentratore e violento, ma sempre lontano ed estraneo>> (Mozzillo A., Viaggiatori stranieri nel Sud).

Era questa la storia che laggiù attendeva la fine, quella di essere non  osservati,  non  visti, ma di essere fatti oggetto di attenzione da uno sguardo interessato e privo di intento giudicante, che lasciasse libera la  possibilità di  modificare le storture, pur tagliando fuori dal patrimonio culturale calabrese quella  dis-etica camaleontica lamentata  da Astolphe  de Custine  e su  cui il  tempo (il manoscritto risale al 1810-12), ahimè, sembra non avere sparso nessuna coltre di polvere.

<<Apprendo spesso che in questo paese gli uomini che inveiscono più    forte contro il disordine ed il brigantaggio sono stati essi stessi capi di  qualche famosa  banda, e che per cancellare il  pericoloso ricordo delle loro gesta patriottiche sono i primi a dirne male (dei briganti!).

Questa prudenza genera contrasti inspiegabili  tra i pensieri, le parole e le azioni degli uomini.  Se vi si fa un racconto falso si ha sempre la cura di inserirvi qualche particolare  autentico.  Se si accusa un uomo, ci si riserva  sempre il modo per giustificarlo.  Appena  si prova che è un miserabile, si diventa suoi  avvocati.  Lo si scusa per l’intenzione, si analizza il suo pensiero e se si trovano criticabili le sue azioni si  aggiunge che il  suo scopo era lodevole e si  finisce per concludere che ogni  altro al  suo posto  avrebbe fatto  peggio senza  avere le  stesse attenuanti.  Non conosco nulla di più faticoso che una conversazione tra calabresi sui fatti del giorno: è soprattutto qui che si può dire che la  parola è  stata data all’uomo  perché se  ne servisse per  nascondere il  proprio pensiero>> (pp.  35/6, A. de Custine, Lettere dalla Calabria).

vincitore premio giornalistico Raimondo Manzini, anno 1997

calabria antica mappa

https://melinarende.wordpress.com/2015/08/19/conosci-tu-la-terra-dove-fioriscono-i-limoni-j-w-goethe/

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